Creare: dal movimento all’immobilità, e di nuovo alla vita

 

Ci sono momenti in cui sento il desiderio di creare qualcosa, in solitudine.
Allora diventa come una danza. Dapprima dispongo tutto intorno a me vecchi oggetti, la maggior parte cose scartate, spesso rifiuti dalla spazzatura. Poi mi diletto a dare loro una seconda possibilità di vita. Creo, dentro a delle scatole di legno, uno strato di malta nel quale gli oggetti affondano, riaffiorando solo nella parte superiore. Una volta appoggiati, non posso più spostarli. Così devo essere veloce, senza dare alla mia mente lo spazio per inserirsi. È la forma di meditazione che preferisco: nessuno intorno, né dentro, né fuori. Il tempo e lo spazio assumono un altro significato, o nessun significato.
Nel mio cuore scende il silenzio e da lì entra nel lavoro.
Le scatole diventano “drop box”, cassette per il deposito di oggetti.

Altre volte continuo a mettere sopra i singoli oggetti vari strati di materia, finché il risultato diviene piacevole ai miei occhi e mi soddisfa.
La creazione non inizia, come la maggior parte delle persone immagina, di fronte ad uno spazio vuoto da riempire di forme e colori. Per me comincia quando sto passeggiando e un sassolino, una foglia, un pezzo di legno o qualsiasi vecchio oggetto mi chiamano, chiedendo di essere presi in considerazione, di essere riportati a nuova vita.
Ecco come, per esempio, una pietra rotonda con un foro nel mezzo, ospita un ramo secco, levigato e curvato dalla forza del mare, divenendo il centro di cerchi di foglie secche danzanti: una sorta di sinfonia d’autunno.
Una vecchia bottiglia di vetro si divide in due: una foto e una immagine tridimensionale; una dimensione giocosa in cui la cosiddetta realtà e l’immaginazione si riescono a distinguere a fatica.
Una caffettiera fuori uso, rivestita di un abito dorato, fa traboccare un finto zampillo di caffè.
Una sfera e un cono di legno con una falce arrugginita su un fondo azzurro chiaro divengono uno scenario da favola.

Ad un certo punto, così come in passato la tela era uno spazio troppo limitante, anche le scatole diventano troppo strette e gli oggetti iniziano a fuoriuscire dai bordi: rami, radici, materiali vari salgono ed escono, cercando di raggiungere la vita, il cielo, e, alla fine, chi li sta guardando.
Artista non è solo chi crea, ma colui che guarda con occhi innocenti, con la curiosità di un bambino. Si può vedere l’arte in una macchia, in una crepa sul muro, in un fiore schiacciato o una foglia per terra, nella ruga di un volto antico in grado di vincere la sfida con una bellezza convenzionale.

C’è stato un periodo in cui sono stato attratto dal nero, che evoca il silenzio, lo spazio, la profondità, unito all’oro, un invito a sciogliersi, a fondersi con l’altro.
Poi è arrivato il bianco sporco e, al di là delle apparenze, mi ha affascinato con la sua grande ricchezza di infinite tonalità e sfumature. Nella sua semplicità è più variopinto di qualsiasi altra gradazione dell’arcobaleno.
Così ho iniziato ad usare tecniche miste: colori ad olio e ad acqua, cera, smalti, gommalacca, bitume e poi sabbia e ogni diversa combinazione di altri materiali.
La sperimentazione è l’unica costante di un “lavoro in corso” senza fine.
Persino dall’errore in una nuova combinazione di sostanze, talvolta nasce una nuova idea.
Il rilassamento e l’eccitazione procedono mano nella mano, in un carnevale di gioia.

Mi auguro di riuscire a trasmettere un barlume dell’amore appassionato per il mio lavoro con l’ impatto visivo delle immagini, ancora più di quanto riescano a farlo le mie parole.