CONTINUUM
Satyam opere recenti

Satyam a fine anni settanta cominciò a realizzare dei collage su tele grezze, usando brandelli di stoffa, frammenti di plastica, trucioli e fiori secchi. Dava inizio così a una pratica artistica che non avrebbe più abbandonato, imperniata sul riutilizzo di “cose” di nessun conto e di oggetti d’uso dismessi o parti di essi, unitamente a frammenti di natura, come sassi, rametti, foglie, boccioli, melagrane. Attraverso l’adozione di tecniche inventate via via ha continuato poi a rielaborare tale utilizzo degli “scarti” creando cicli di opere tridimensionali con un linguaggio legato alla propria dimensione esistenziale, umanistica e filosofica.
Questa mostra presenta una selezione degli ultimissimi lavori che, stando a un suo modo di procedere, costituiscono un CONTINUUM di cicli – Natura viva, Nero e oro, Omaggio a Morandi, Spiritualità, Temi sociali – nati da un ininterrotto avvicendarsi di meditazioni in progress. Opere, fatte di quei rimasugli di realtà, che in un nuovo e imprevedibile impiego ritrovano dignità nella dimensione dell’arte. Le radici di tale creatività non vanno ricercate nell’objet trouvé delle poetiche concettuali e provocatorie d’impronta dadaista e surrealista, o, a distanza di anni, Fluxus e Arte Povera, bensì in quel rapporto tra arte e oggetti usati strettamente sostanziato nella critica negativa nei confronti del consumismo (quale origine dello spreco) e nella consapevolezza delle problematiche a esso relative (il danno). Oggi il “riuso” di cose eliminate – o da eliminare, dovuto agli eccessi di produzione industriale programmata da cui origina l’usa e getta – lo chiamiamo “trash art” (che abbraccia anche il mondo della musica) e si caratterizza per la precisa volontà di promuovere un messaggio sociale volto a coniugare l’estetica all’etica. Nell’arte visiva si concreta in prevalenza con il dichiarato intento di veicolare le coscienze in una circolarità comunicativa, affinché le opportunità di natura economica non prevalgano sulla tutela dell’ambiente e sull’ecologia; salve restando le differenti sfaccettature espresse da singoli artisti in relazione alle realtà sociali e storiche dell’area geografica in cui vivono.

(Elsa Dezuanni, dicembre 2018)

 


 

SATYAM, 1974–2017

La mostra ripercorre cronologicamente gli oltre quarant’anni della produzione dell’artista trevigiano, illustrandone i progressivi sviluppi, sia formali sia di contenuto.
Inizia con alcune figure e ritratti del 1974, in cui si evidenzia come il segno, che dapprima marca i contorni, tenda a sparire, lasciando che siano le masse di colore a definire le forme; e ciò perdura fino a quando l’immagine sembra dissolversi nelle pennellate che si compenetrano con il fondale.
Nei primi anni Ottanta, alla bidimensionalità della tela subentrano supporti tridimensionali, in cui l’artista inserisce fotografie e oggetti creando una specie di scenografia teatrale: in questo passaggio avviene via via che il contenuto prenda il sopravvento con un palese intento narrativo.
Un approfondimento analitico nei rapporti spaziali e volumetrici è la caratteristica dei successivi collage di stesura materica e oggetti aggettanti dal supporto.
In seguito, nella serie Natura Viva emerge la tendenza a rendere tridimensionale l’opera, ed è in quella denominata Nero e oro che essa trova lo sfogo ideale nelle scatole-contenitori-vetrine adatte a presentare trouvaille elegantemente elaborate e accostate, per creare effetti di trasparenze e riflessi luminosi.
Il registro espressivo cambia nel 2014 con il ciclo Omaggio a Morandi, quando in cassetti di mobilio e altri contenitori similari, posti all’impiedi, vengono collocati bottiglie, barattoli e recipienti vari, scanditi su un unico piano prospettico frontale, traducendo in versione scultoreo-spaziale i dipinti del Maestro bolognese.
Il percorso si chiude con lavori recenti, di contenuto eminentemente sociale e filosofico che verte sull’interazione tra religioni diverse, di cui Satyam è attento studioso. In essi quelle che tradizionalmente sono considerate diversità incompatibili sono messe in dialogo per rivelare certe uguaglianze che sono il comune fondamento dei rispettivi credo.

(Elsa Dezuanni, settembre 2017)

 


 

In quel frattempo qualcosa doveva essere cambiato nella sensibilità dell’artista. Leggendo la sua biografia viene spontaneo pensare all’incontro con il mistico Osho Rajneesh, sua guida spirituale durante il primo soggiorno in India, nel 1980. La formazione umanistica e filosofica di Satyam, con laurea a Venezia e successivi approfondimenti in psicologia, invita a presumere che l’esperienza di quel viaggio in Oriente abbia comportato una sostanziale analisi introspettiva. Plausibile quindi che il suo nuovo estro sia affiorato dalla fusione di tali differenti forme di sapere; e anche dalla memoria di atmosfere – di luci e colori – dei luoghi frequentati. Prova della rilevanza di quell’incontro è che egli abbia adottato – pure nella professione di psicologo – l’appellativo Satyam, datogli da Osho, che in sanscrito significa “Verità”, intesa nel senso di “una verità universale – spiega l’artista – che si frammenta in miliardi di unità individuali per poi riflettere il Tutto, come un ologramma. Il gesto della creazione artistica è un’espressione della mia verità. Un’espressione di verità poliedrica, in costante cambiamento, in costante evoluzione”.

(Elsa Dezuanni, luglio 2017)

 


 

AFFINITÀ NELLE LONTANANZE

“Conoscere per convivere” è l’assunto di questa mostra, ideata per portare l’attenzione sulle diverse culture che caratterizzano una società globalmente sempre più multietnica. È parsa quindi appropriata la scelta di accostare alcuni dipinti di Brigitte Brand, che documentano luoghi storici dell’Armenia e dell’India, a opere tridimensionali di Satyam, mirate a ragionare su comuni essenze nelle religiosità. Nelle grandi tele di Brand, le immagini dell’intrinseca bellezza e del fascino di antichi templi e monasteri sono l’esito finale di un complesso percorso mentale, reso comprensibile a fondo attraverso i suoi quaderni di viaggi. Quaderni che lei riempie di scorci prospettici di città e di paesaggi disegnati nel dettaglio, riproducendo altresì con mentalità da cartografo la mappa dei suoi tragitti, visti a volo d’uccello. In tale suo fare par di leggere un sentimento etico di rispetto, cioè di un voler entrare in sintonia con i posti e le differenti espressioni del sapere che avvicina, per farne un proprio sentire attraverso – appunto – la “conoscenza”, senza tradirne dunque la natura intrinseca quando col suo estro d’artista realizza rappresentazioni evocative di sfere umane e culturali. Ad accrescere psicologicamente la veridicità della visione sono i fondali che prepara incollando sulla tela giornali delle rispettive località visitate, sui quali ricrea, con decisi tratti neri e pennellate prevalentemente monocrome, maestose e monumentali riprese con ardite fughe prospettiche. La tavolozza è orchestrata su luminosità studiate per amplificare la spazialità dell’insieme, che impreziosito dal chiarore segnico di sottolineature bianche restituisce l’atmosfera di sacralità di quegli ambienti.
Satyam, utilizzando come gli è consueto oggetti in disuso o parti di essi, presenta tra le sue opere due “altarini da viaggio”, composti di valigette di legno che aperte contengono nel coperchio un ritratto e negli scomparti attributi dell’effigiato. Uno è dedicato a San Francesco d’Assisi, qui raffigurato da Cimabue, con accanto rimandi simbolici a episodi della sua vita e in particolare alla scelta di povertà – fatta dopo aver conosciuto le violenze della guerra e aver toccato con mano l’insensibilità sociale verso “gli ultimi” cari a Cristo – per maturare, nella preghiera e nella meditazione, un sentimento di umana fratellanza. Nel secondo, di analoga composizione, c’è un’immagine del guru Ramana Maharshi, che ancora ragazzo, sette secoli dopo Francesco, sceglieva di vivere in una grotta ai piedi del monte Arunachala, uno dei luoghi più sacri dell’India, per darsi anch’egli alla preghiera e alla meditazione, diventando un maestro di vita per coloro cui da allora indicò la via per trovare pace interiore attraverso la piena “conoscenza” di se stessi. Un santo italiano del XIII secolo e un mistico indiano del XX accomunati, dunque, da pari intenti. In un’altra struttura, che ricorda un altare, una scritta del Corano è congiunta a un passo del Cantico delle Creature di San Francesco: un’associazione che potrebbe sembrare paradossale, scontato il fatto che il cristianesimo e l’Islam formano con l’ebraismo la triade delle grandi religioni monoteiste. È noto però che nella fede musulmana sono accolte figure del Nuovo Testamento, come la Vergine Maria e, quale profeta, il figlio suo Gesù. Alla Madonna il santo assisiate rivolgeva venerazione e dedicava nuove preghiere; e Maometto testimoniava la propria ammirazione – è l’unica donna nominata in vari passi del Corano: “Maryam, madre del profeta Gesù (Issa), uomo prediletto da Allah” – trasmettendola ai correligionari. Venerazione e ammirazione: sussunzioni differenti, che concordano però su una stessa tangibilità. Tra le varie opere di Satyam, bastano queste citate per riflettere sulla dissennatezza di realtà passate – da secoli prima di Cristo e Maometto – fino alle attuali guerre e divisioni, scatenate da fenomeni di potere socio-politico-economico, che con-tinuano a trasformare le religioni in fanatismo e il fanatismo in violenza, giustificandosi con le parole di scritture che dovrebbero essere rivisitate all’insegna della tolleranza per un civile e umano “convivere” tra uomini di fede diversa o quand’anche atei.

(Elsa Dezuanni, aprile 2017)

 


 

Nato a Treviso nel 1955, Satyam ha iniziato quattordicenne a disegnare e a dipingere, assecondando una spontanea inventiva. Lo pseudonimo, che in sanscrito significa “verità”, gli fu dato nel 1980 da Osho Rajneesh, sua guida spirituale nel corso di un soggiorno in India. Verità intesa non in senso universale bensì come intima sincerità, qualità che in lui seguita a governare la sfera creativa. Nel suo fare coesistono arricchimenti culturali ed esperienze di vita, conseguenti a una visione esistenziale radicata sia nella formazione umanistica e filosofica, con laurea a Venezia, e nei successivi approfondimenti di psicologia con ricerche sulle potenzialità comunicative del gesto e della parola, sia nei ripetuti viaggi in Oriente. Nel suo estro presente, dunque, è plausibile che riaffiorino atmosfere di luoghi frequentati e memorie di incontri dove differenti saperi si sono intrecciati e fusi.
Passando ad analizzare il corpus delle sue opere, già nei dipinti dei primi anni Settanta, come “Porta fronte” e “Figura su pavimento a scacchi”, è ravvisabile una originalità con felici soluzioni di sintesi, confermata man mano nelle versioni dei ritratti di grandi pittori: Van Gogh, Soutine, Matisse e altri. Una diversa sperimentazione si percepisce nei collage della fine-decennio, con il posizionamento, sul retro di tele intelaiate, di frammenti di stoffe colorate e di plastica trasparente, trucioli sminuzzati e fiori secchi: rilievi che in spazialità di ampio respiro sostituivano liricamente la pennellata.
Negli anni Ottanta i collage evolvevano in assemblaggi di oggetti di varia natura – incasellati con sobrietà di stile in scomparti geometrici – che manifestavano un intento narrativo da pagine di diario; non a caso, infatti, in “Reporter” e in “Omaggio a Magritte” vi è una fotografia che ritrae l’artista stesso. Nella fase successiva, però, la diversità delle proposte, accomunate da una certa verve con l’adozione di tecniche le più varie, ha evidenziato la ricerca di un nuovo linguaggio fino agli inizi del secondo millennio.
È nel 2009 che Satyam ha cominciato a realizzare delle ideazioni caratterizzate da un ribaltamento estetico e contenutistico. Le prime intitolate “Natura Viva” sembrano testimoniare il maturare di esperienze tali da aver cambiato in lui il concetto creativo del proprio fare. Queste opere, concettualmente dinamiche, sono fatte di elementi evocanti un mondo naturale – foglie, fiori, bacche, ramoscelli, radici, conchiglie e ciottoli – che egli fa dialogare con oggetti d’uso dismessi, riciclati e opportunamente elaborati, rivelando una notevole finezza formale e coloristica. Si tratta di resti di realtà, di “cose” che nel loro imprevedibile insieme ritrovano dignità nella dimensione dell’arte. Ecco un rubinetto gocciolante sassi che toccano un fondo da cui sembrano rimbalzare; una radice o una piuma che fuoriescono dai limiti fisici della composizione per cercare nuovo spazio. E ancora, frammenti filiformi curvati a molla, quasi pronti a scattare per proiettarsi altrove; piccole pietre tondeggianti che paiono fluttuare nell’infinito… In tali lavori l’artista ha posto tecnicamente in atto una sorta di sfida per la velocità necessaria a organizzare il quadro prima che la base materica cementizia da lui scelta si asciugasse e, indurendosi, non permettesse più incastri o ripensamenti. Il risultato è un raggiunto equilibrio strutturale.
Equilibrio che si riconferma nella serie “Il nero e l’oro” – che prende anch’essa vita da oggetti di “scarto” – impreziosita dai contrasti tra i fondali neri, lisci o aspri, e l’inserimento di oggetti dorati o trasparenti e lucenti dentro cornici con bordi a sbalzo, oppure in contenitori – anche molto piccoli – che danno l’impressione di una vetrina da esposizione (l’artista li definisce “case”). Notevole l’eleganza delle combinazioni: dall’uovo che illumina un buio assoluto a una boccia riempita di un liquido rosso, posta su una sorta di altarolo, con una lampadina che le fa da tappo. Da una bottiglietta d’inchiostro che si rovescia versando il contenuto (solidificato) in una ciotola, ai pennelli vecchi, apparentemente ancora intrisi di pittura fresca, che stanno ritti accanto a una tazza rotta.
Se vi è una forza evocativa in questi inserti (come, ad esempio, quella dell’uovo simbolo di vita, di fecondità, di perfezione), tale eloquenza non è intenzionale da parte dell’autore, ma sta nei processi d’immaginazione di chi osserva l’opera e vuole interpretarla: e se l’opera è riuscita a coinvolgere chi la guarda, tale interazione diventa un suo significante.
Il ciclo più recente è “Omaggio a Morandi”, del 2015, ovviamente ispirato ai dipinti del Maestro bolognese, soprattutto a quelli del raggiunto equilibrio spaziale, formale e cromatico dell’opera tarda. L’interpretazione tridimensionale fatta da Satyam assume personalità nelle forme scandite su un unico piano prospettico e nel tonalismo che le riveste, riuscendo a mantenere, di Giorgio Morandi, il carattere precipuo della realtà dell’immagine che a sua volta riflette quella di una vita quotidiana, cui rimandano i soggetti d’uso domestico. Aleggia su questi dipinti-sculture un’interiorità che può essere confermata dalle parole dell’artista stesso quando spiega il suo procedere: “Nel mio cuore scende il silenzio e da lì entra nel lavoro”.

(Elsa Dezuanni, aprile 2016)