Le piccole cose che trova, che cerca, che capitano sottomano per caso Satyam le raccoglie, le ricompone in diversi aspetti, le ricrea, le trasforma, le fa rinascere, in forme e in strutture nuove. I materiali sono comuni e variano e sembrano acquistare il quid non avuto prima.
Ogni composizione è sur le motif: il caso, la memoria, un oggetto d’uso (“la moka”).
Inventa di volta in volta il suo quadro: il suo racconto.
L’artista si pone in una posizione eccentrica rispetto ai paradigmi usuali di fare arte.
Per un leit motiv ricorrente, ricco di ripensamenti sulle cose più umili, più dimenticate, trascurate, meno appariscenti, per farle rivivere in un siparietto. Vi trovo un tocco di ironia quasi alla Guido Gozzano nelle “sue piccole cose”.
Anche “ le bottiglie” esprimono la stessa impressione. Non ricalcano (qui sono vere) il colore di posizione tanto caro a Morandi, ma si inseriscono nell’ironia del tempo, divenuto un fantasma immaginario che suscitò l’idea avvolta in colori pacati e luci di contrasto che rileggono le forme fino a semplificarle nei loro particolari.
Ai margini c’è una surrealtà del quotidiano racchiusa nei ritagli del legno e del cartone, nei cocci in un glamour dal fascino delicato.
Tutto può nascere dalla curiosità di Satyam, dalla elaborazione dei progetti, dalla sua creatività, dal suo concreto interesse, dalle minime illusioni articolate nelle particolarità cromatiche e dai richiami visivi che risaltano dalle notazioni mimetiche e nelle cadenze geometriche degli svolgimenti costruttivi.
Non difetta una matrice architettonica.
Tutto diventa tattile e si fa racconto. La valenza narrativa difende il suo modo di esprimersi, rispettoso di una estetica consolidata e preziosa di spunti propulsivi.
Nessuno stilema di riferimento.
E se fossero le sue emozioni?

(Giulio Gasparotti)