SATYAM, INTENTI MAGICI

Il vasto universo degli oggetti occupa un posto centrale nella poetica di Satyam. Non lo possiamo definire pittore e nemmeno scultore. Non realizza installazioni eppure le sue opere hanno la capacità di segnare i luoghi e gli spazi.
Satyam esordisce negli anni Settanta come pittore ma la curiosità di scandagliare tutti gli orizzonti insiti nella materia, lo porta a prediligere la tridimensionalità e l’assoluta concretezza. Nascono cicli di lavori che possiamo definire “finestre” del tempo e della memoria, caratterizzate dalla successione paratattica o al contrario dinamica, di cose comuni che accompagnano i giorni. Tazze, barattoli, bottiglie, piatti, vasi, finiscono per comporre immaginifici scenari di un quotidiano che si riscatta dallo stato di abbandono e di relitto a cui sembrava destinato. Entro scatole di dimensioni e profondità variabili, l’artista colloca un archivio di “reliquie” personali e collettive. Siamo di fronte a un linguaggio compositivo che se da un lato attinge alla storia della natura morta, dall’altro affascina per una grammatica visiva pop (nel significato di popolare), schietta e attuale.
In Satyam convivono l’anima antica e l’anima moderna come se tutta la sua opera, pur essendo nel tempo, fosse fuori dal tempo e oltre il tempo. I singoli oggetti di cui ogni lavoro si nutre, rispondono a note interiori differenti, costruiscono dialoghi muti attraverso il vuoto e il pieno, la distanza e la vicinanza, il colore e l’ombra. Risuonano come flussi di pensieri che acquistano un corpo e una forma e agiscono come potenti trompe l’oeil di una condizione esistenziale.
Da sempre, nella storia dell’arte, il mondo della natura si riveste di una funzione simbolica. Brani stupendi di pavimenti musivi romani di età classica e tardo antica, i cosiddetti asàrotos (letteralmente “pavimenti non spazzati”), mostrano i resti di lauti banchetti (pezzi di carne, frutta, lische di pesce, ossa, bucce) che oltre ad ingannare l’occhio del visitatore, pare avessero lo scopo di propiziare la benevolenza degli dei Penati, spiriti protettori della famiglia e della casa, a cui il cibo era riservato. I Greci più raffinati e ricchi, usavano addirittura immortalare in quadretti, chiamati xenia , i frutti della terra ricevuti in dono dagli ospiti per dimostrare loro riconoscenza e gratitudine. Più vicino a noi, in modo particolare nel corso del Seicento, la natura morta si arricchisce di una valenza estesa di significati, sui quali prevale, senza dubbio, il messaggio della caducità della vita, dello sfiorire, inevitabile, di ogni giovinezza e bellezza.
Satyam eredita il ricco patrimonio del passato declinandolo in ambiti squisitamente personali. Nell’acribia delle sue selezioni e trasformazioni, nella precisione chirurgica con la quale riesuma e rianima oggetti dismessi e cocci inutilizzati, c’è il gioco della scoperta e dell’invenzione insieme al piacere della creazione.
“Omaggio a Morandi” è un nutrito ciclo di opere in cui l’artista esprime al meglio l’inesauribile gesto di arrestare l’ erosione e il disfacimento: bottiglie, teiere, caraffe, brocche, ciotole, uova e melagrane sfilano su un ipotetico palcoscenico-scacchiera, esibendo un ritmo e un calcolo compositivo inattesi, tributo autentico al realismo poetico del celebre Giorgio Morandi. Negli ultimissimi lavori, Satyam giunge persino a rivestire le scatole che accolgono gli “attori”, con carte luminose, invase di macchie secondo un informale caro a Pollock: gli scenari appaiono ancora più veri e pregni dell’eco delle impossibili battute.
Straordinaria la prassi alchemica di colori e vernici che sigla ogni risultato. Nella fattispecie, il gruppo di opere intitolato “Nero e oro”, presenta nella contrapposizione cromatica, una sorta di dualismo in cui l’uovo, per eccellenza simbolo di nascita e rigenerazione (Piero della Francesca docet nell’indimenticabile “Pala Brera”) costituisce il leitmotiv di un itinerario che ci piace pensare di iniziazione ad una vita sempre in evoluzione. La melagrana, stupenda nota di rosso che insieme all’oro bizantino, contrasta il nero e sopratutto l’ocra dominante di tante composizioni, ci porta, piacevolmente, nel regno del simbolismo pagano e della mistica cristiana a confermare un significato universale di fecondità materiale e spirituale.
Tutta la produzione di Satyam ci sembra voler stabilire continue relazioni tra passato e presente, tra pensiero sacro e profano, tra oriente e occidente: pensiamo soltanto alle bellissime opere denominate “Altarini” in cui l’est e l’ovest del mondo si incontrano sul terreno di un sentire comune. Queste “scatole del tempo” ci divertono (“divertire” nell’accezione latina di “volgere altrove”, di distrarre l’animo da pensieri molesti) e ricordando il grande Joseph Cornell, artista statunitense morto nel 1972 e massimo esperto di assemblaggi con le sue “boxes” (scatole), citiamo le parole che un perplesso Goffredo Parise gli aveva rivolto: “Non saprei dire se è uno scultore, un pittore, un poeta, un estemporaneo artigiano o semplicemente un mago”. E, su questa scia, aggiungiamo noi: chi è veramente Satyam?

(Lorena Gava, novembre 2018)