Sono convinto che se dovessimo riassumere con poche parole l’opera artistica di Satyam basterebbe riflettere sul senso recondito dell’aforisma “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, pronunciato dal chimico Antoine-Laurent de Lavoisier. Affermo questo perché, per l’artista, tale trasformazione immanente sta ad indicare come tutte le verità e le concretezze tangibili del mondo, anche quelle in apparenza distrutte o abbandonate, per l’uomo possono riassumere nuovi significati se rivestite simbolicamente e quindi ritornare ad essere utili. E’ chiaro che Satyam va oltre la dimensione del concetto di riciclo in termini semplicemente ecologistici per concentrarsi attivamente sull’influenza che la riesumazione di materiali scartati ha sulla psiche dell’essere umano, sotto il profilo interiore. In questo modo si concretizza la possibilità di meditare sul nuovo utilizzo dei materiali esistenti, magari trasformati in altre forme, ma soprattutto sul significato storico e sociale che questi contengono. Essi sono dunque il pretesto per una riflessione intellettuale e spirituale: partendo dal ritroso memoriale, gli oggetti e gli elementi naturali rinati facilitano nell’uomo la capacità di addentrarsi in profondità nei ricordi, negli aneddoti e di rievocare sensazioni ed emozioni nuove, traendone insegnamenti per il futuro.
Questi elementi/oggetti stimolano dunque una ricerca del tempo perduto, o meglio dei pensieri perduti, sia sul piano collettivo che su quello individuale (basti pensare a certi strumenti di uso quotidiano, come la caffettiera, la quale ti fa pensare, allo stesso tempo, sia al periodo storico in cui è stata creata ed usata, sia alle personali e piacevoli sensazioni familiari regalate dai momenti in cui si beve il caffè assieme ai propri cari). Satyam non compie un’operazione “amarcord”, bensì un tentativo di auto-riflessione capace di stimolare e rigenerare l’uomo cosicché egli possa evolversi verso il domani conscio di una rinnovata forza morale. L’artista quindi attribuisce al suo operare una volontà sia sociale ed educativa, tutta protesa ad intervenire sull’io più che sulla società, sia una dimensione quasi terapeutica, come si evince guardando i suoi lavori, nei quali, allontanandosi dalla bieca museizzazione, magari modernariale, si concentra su un’interpretata trasformazione.
Tale concezione intellettuale è il frutto di una lenta maturazione da parte dell’artista, il quale vi è giunto tramite diversi passaggi, come la giovanile pittura figurativa di genere, lo studio dei grandi artisti, che si è tradotto in un robusto ciclo di loro ritratti, l’utilizzo del collage accostato alla pittura, l’uso della tridimensionalità pittorica data dall’applicazione di oggetti sulla tela e gli accumulo a tuttotondo. Non va dimenticato che queste progressioni artistiche non provengono dai soli approfondimenti artistici, ma sono anche il prodotto di numerosi input derivanti sia dalle sue professioni, come, ad esempio, quella di terapeuta e di artigiano di maschere, che dalla sua passione per le altre culture e popoli che egli ha conosciuto grazie a numerosi viaggi. Una sinergia biografica in cui emergono la personalità, sensibile ed introspettiva, la cultura e la manualità dell’artista.
Questa evoluzione riflessiva proposta da Satyam ci induce quindi a meditare oltre le apparenze, travalicando gli schemi ed i preconcetti per cercare di carpire il nostro Io attraverso la rigenerazione del lato sensibile, liberandolo dalla contingenza e rivestendolo di nuovi significati. Si tratta di una sorta di resurrezione di oggetti e/o elementi naturali ritenuti socialmente e culturalmente morti, perché considerati immondizie e scarti, a cui l’artista infonde una nuova vita, e dunque nuova dignità, cosicché essi possano risuscitare, o suscitare, le sopite ed inconsce emozioni dell’essere umano. Tale ripescaggio storico non solo tramuta gli oggetti oramai inanimati in qualcosa di vitale, ma li addensa di valenze simboliche che hanno il compito sia di far riflettere lo spettatore che di indurlo anche ad evadere mentalmente. Infatti, gli elementi naturali, come sassi, foglie e conchiglie, oppure antropici, come oggetti di uso quotidiano o rimasugli di prodotti industriali scartati, si tramutano in allegorie dirette, ovvero comprensibili, o indirette, cioè più criptiche, che l’artista accosta creando delle variegate, eterogenee ed equilibrate agglomerazioni. La dimensione esemplare di questi accumuli dai tratti tridimensionali è poi arricchita anche dai contenitori in cui essi sono inseriti: le scatole. Queste ultime hanno la funzione di isolare gli oggetti/elementi dal luogo circostante in cui originariamente si trovavano, ed in cui si davano per scontati, ed inserirli in un nuovo spazio ideale ed atemporale che ne aumenta il dato sia visivo che percettivo e perciò riflessivo. Queste opere sono da intendersi come la summa dei rimandi biografici di Satyam, degli interessi culturali e degli aneddoti di vita, derivati dai viaggi, delle frequentazioni e delle esperienze culturali e religiose, come si intuisce osservando, ad esempio, le iconografie appartenenti ad altre credenze o tratti di pigmento nero che rimandano ad autoctone spiritualità. E molto spesso le opere rievocano persino le ironiche ponderazioni che l’artista compie in merito ad eventi che lo hanno colpito in prima persona o che rimbalzano agli altari della cronaca globale.
Ma non è tutto. Queste agglomerazioni per Satyam si trasformano anche in epigoni di arteterapia: l’impegno intellettuale e la manualità esecutiva che richiedono le trasformano in un mezzo curativo per l’artista stesso, in quanto, mentre le costruisce, lo aiutano a rigenerarsi dal suo lavoro ed a riacquistare l’equilibrio interiore.
E’ chiaro che queste opere, sebbene complesse sotto molti punti di vista, non sono il traguardo della poetica di Satyam, ma si trasformano in basi per ulteriori sperimentazioni della sua creatività artistica e della sua intellettualità, tanto da divenire, come afferma egli stesso, “…un’espressione di verità poliedrica, in costante cambiamento, in costante evoluzione” volta alla comprensione, e perciò alla crescita, delle realtà sia minute, intime e personali che collettive ed universali.

blog di Siro Perin